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Comunità Montana della Lessinia

Provincia di Verona - Regione del Veneto


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Cosa vedere

Basalti di San Giovanni Ilarione

Sul versante sinistro della Valle d'Alpone, a S.Giovanni Ilarione, una parete rocciosa appare come un enorme alveare. E' invece l'imponente struttura dei basalti colonnari, formatosi nel vulcanisimo oligocenico.Il raffreddamento e la contrazione delle colate laviche, intorno e dentro i crateri, diedero origine alle forme prismatiche con base esagonale, le nere lucenti colonne strette una all'altra: una straordinaria scenografia della natura.Nell'Eocene medio, 45 milioni di anni fa, si formava la scogliera corallina dell' "orizzonte di S.Giovanni Ilarione".La sua malacofauna comprende decine di nuove specie di molluschi, nella cui clasificazione ricorre il termine "hilarionis", adottato dai paleontologico di tutto il mondo.




Cascate di Molina

Molina... Borgo medioevale dalle antiche corti e case di pietra, dove il tempo si fonde con la natura e l’ambiente, dove l’uomo ha vissuto e vive in armonia con il suo paese, nel rispetto della flora, della fauna e delle antiche, ma ancora attuali tradizioni del mugnaio e della malga. Una flora così protetta da creare il Museo della Botanica, dove la presenza di splendide specie di orchidea selvatica diventa una presentazione più unica che rara del Parco delle Cascate di Molina.
Il Parco è luogo ideale per effettuare escursioni naturalistiche immergendosi nella fitta vegetazione alternata a vertiginose pareti di roccia nuda, ampie caverne e scoscianti, meravigliose cascate d’acqua sorgiva: il suono e la vigoria delle cascate sprigionano energia, vitalità forza della natura, elementi essenziali della nostra vita. Inoltre, uniti a tradizione e natura, sapori arti e costumi di questi luoghi della Valpolicella e della Lessinia ci si presentano in modo semplice e caratteristico.
All’interno del Parco possiamo trovare più proposte itineranti:
dall’itinerario ambientale o Sentiero del Bosco
all’itinerario storico o Sentiero dei Molini
all’itinerario archeologico o Sentiero delle Grotte




Covoli di Camposilvano

Il Covolo di Camposilvano è la più grande cavità carsica delle prealpi venete. Si trova nel comune di Velo Veronese a circa 100 mt. dal Museo di Campolsilvano.

Il Covolo rappresenta un suggestivo esempio di carsismo: una voragine profonda circa 70 mt., al suo interno si possono notare un pozzo di crollo ed una caverna residuale. In questa cavità si possono , inoltre, vedere tre delle più importanti formazioni rocciose della Lessinia: dall’Oolite di San Vigilio, al Rosso Ammonitico, al Biancone.
Altro aspetto, non di minore importanza, riguarda i fenomeni meteorologici. Nel periodo estivo precipitazioni acquose e talvolta nevose, causa inversione termica, per effetto di una nube che si forma sotto la volta della caverna residuale. In inverno inoltrato il ghiaccio ricopre il pavimento sino a tarda estate, e fino ad un secolo fa, gli abitanti del luogo se ne servivano come frigorifero naturale per la conservazione degli alimenti. Tradizione vuole che Dante si sia ispirato al Covolo per creare la morfologia del suo inferno. È stato ritenuto, inoltre, dimora di fade o di orchi, esseri misteriosi e suggestivi delle credenze popolari.

 




Covoli di Marano

Coalo del Diavolo e Buso stretto
I Covoli di Marano sono grotte con stalattiti e stalagmiti che si aprono nel rosso ammonitico veronese; sono di comodo accesso e facilmente visitabili perché hanno andamento orizzontale e quindi non ci si deve calare dall’alto con corde.
Nelle pareti del "Coalo del Diavolo" sono contenuti cristalli di calcite spatica che brillano se illuminati direttamente dalla luce.
Nella grotta più piccola, il "Buso stretto", sono stati rinvenuti reperti archeologici risalenti all’Età del Bronzo.
Le grotte sono visitabili solo su prenotazione.




Foresta di Giazza

Ufficialmente la Foresta Demaniale di Giazza nasce il 10 Agosto 1911, la sua costituzione risale alla fine del 1800 in adempimento alle leggi per la salvaguardia e la valorizzazione forestale dei terreni di montagna.
Rifugio Revolto prima dell'intervento di forestazione
Attualmente il bosco è il risultato di un grande intervento di rimboschimento e della sistemazione idrogeologica dell'alta valle d'Illasi iniziata dal Comitato Forestale di Verona agli inizi del 1900 e proseguito fino ad oggi. La degradazione e l'impoverimento del suolo erano dovuti all'eccessivo sfruttamento.
Si è reso necessario imbrigliare le acque in quanto la particolare geomorfologia del territorio è caratterizzata da ripidi pendii costituiti da materiale alterato dall'erosione e detriti. Inoltre nel terreno calcareo e dolomitico l'acqua si infiltra facilmente nel sottosuolo facilitando la formazione di frane e repentini apporti di grandi quantità d'acqua sul fondo delle valli di Revolto e di Fraselle, ingrossando pericolosamente il torrente Progno d'Illasi.
Foresta di Giazza
La foresta di Giazza è situata nella fascia nord-orientale del Parco Regionale della Lessinia e prende il nome dall'agglomerato abitato più vicino, il paese di Giazza.
Questo paese assai noto per essere l'ultima isola linguistica tauc' dei 13 Comuni Veronesi Cimbri dei Monti Lessini, si trova ai piedi della Giogaia formata dal monte Terrazzo che divide le valli di Revolto e di Fraselle le quali proprio a Giazza si uniscono dando luogo alla valle di Illasi.
La Foresta di Giazza occupa un territorio di 1904 ettari suddivisi sulle provincie di VR, VI e TN, coinvolgendo il territorio dei comuni di Selva di Progno, Ala e Crespadoro; è delimitato a nord dal Gruppo del Carega, ad ovest dai pascoli dell'alta Lessinia, e ad est dalla Catena delle Tre Croci.




Giassara Carcereri

La ghiacciaia dei Carcereri era ormai in grave degrado e rischiava di andare completamente distrutta, come è successo a tante costruzioni storiche e architettoniche del nostro territorio. (alcune ghiacciaie appunto, e baiti; "monumenti" di cui oramai solo i nonni e le vecchie cartoline mantengono un nostalgico ricordo).
Sparirà fatalmente anche quel ricordo e nessuno avrà testimonianza di come fu la Lessinia quando era abitata da una popolazione omogenea che viveva sul suo territorio con una economia quasi autarchica.
La nostalgia non ci impedisce di riconoscere che quella economia era condita di tanta povertà e la fame era pietanza quotidiana.
Le cose cambiano, e non sempre in peggio, tuttavia non siamo autorizzati a dimenticare, perché dimenticare il nostro passato significa perdere una parte di noi.
Negli anni ‘80, l'Amministrazione comunale di Cerro Veronese ha acquistato la ghiacciaia e con un adeguato restauro ha sottratto all'oblio e alla distruzione questo documento della società paleotecnica e, nel contempo, ha pensato di valorizzare questa espressione specifica della cultura montanara affidandone la conservazione alla tutela pubblica.
L'Amministrazione ha restaurato il complesso costituito da tre elementi fondamentali: la pozza ovale, il grande deposito del ghiaccio naturale e il suggestivo portico di pietra con tetto in "laste" ad un solo spiovente.
Il risultato del restauro è un manufatto rispettoso delle forme originarie che garantitisce una corretta lettura del sistema produttivo, ricreando, per quanto possibile l’atmosfera del tempo.
Alcune piccole parti sono state necessariamente sostituite perché a causa dell'incuria degli uomini erano andate irrimediabilmente perse. Lo scopo non era di recuperare una testimonianza del passato come cosa inanimata da guardare, ma far diventare questo un luogo vivo, che suscita memorie, nostalgie, e perché no, in alcuni casi, anche rimpianti.
Allora, prima di tutto, una ghiacciaia dalla quale capire una parte dell'economia montanara, poi anche uno spazio museale dove allestire mostre sulla vita quotidiana e le attività della vecchia Lessinia.
Il visitatore può pertanto ammirare l'architettura razionale e funzionale dell'insieme e, scendendo da una scala appositamente aggiunta all'immobile, può entrare nel deposito e raggiungere il fondo della ghiacciaia: collocandosi nell'identica posizione in cui lavorava l'uomo addetto alla sistemazione o al prelievo delle lastre di ghiaccio, comprende la complessità e la fatica del lavoro che in quel luogo veniva svolto.
L'edificio restaurato è a disposizione dei visitatori, i quali, curiosi delle nostre radici culturali, che spesso sono anche le loro, sempre più numerosi frequentano le contrade lessiniche per ritrovare quiete, ristoro, aria buona e stimolanti occasioni di riflessione e di conoscenza.
Per meglio rendere fruibili queste testimonianze a turisti e studenti è stata realizzata una serie di fotografie che illustrano le diverse fasi del taglio, della conservazione fino alla stagione calda, e di trasporto a Verona , del ghiaccio naturale.
È spiegato il lavoro del giassaròl della Lessinia, dalla preparazione della "giassara" alla commercializzazione del prodotto.
Oltre alla mostra permanente, verrà annualmente allestita una mostra sulle attività economiche dei nostri nonni e padri. Prima di tutto l'agricoltura con l'allevamento degli animali; poi la silvicoltura e l’artigianato locale.
Nel suggestivo spazio esterno, nel periodo estivo, verranno organizzate serate o pomeriggi letterari con lettura di prose e poesie di scrittori locali, intervallati da esecuzione di brani musicali.




Grotta di Fumane

La Grotta di Fumane si trova lungo la strada che da Fumane porta a Molina , un sito preistorico già notato dagli abitanti e segnalato nel 1964 da Giovanni Solinas al Museo Civico di Storia Naturale, ed esplorato subito dopo da Franco Mezzana.
Ma nel 1999, la scoperta eclatante: quattro pietre con tracce di pittura in ocra rossa che le secrezioni stratificatesi nei secoli hanno preservato. I reperti risalgono a 32mila anni fa: il più interessante riporta una pittura: lo Sciamano, una figura antropomorfa la cui testa possiede due corna e le braccia sono tese verso l’esterno. Si può collocare la Grotta in un’età che essere definita la più antica d’Europa. Usata come riparo sottoroccia, si trovano testimonianze nella parte più interna che, presenta una paleosuperficie con ossa di mammiferi pleistocenici e manufatti litici.
L’abbondanza di reperti trovati ha permesso la ricostruzione di un ambiente risalente a 30.000 anni fa: tra gli animali prevalgono cervo e stambecco, capriolo e camoscio; tra i carnivori riconosciuti l’orso e il lupo, lo volpe e la iena; inoltre roditori e almeno 47 specie di resti di uccelli, con caratteristiche di ambienti silvano-rocciosi o di prateria steppica. Sono state ritrovate anche specie di ambiente acquatico e di ambienti freddi alpini ed artici.
Numerose sono anche le tracce di attività antropica che a seconda dello strato di reperimento confermano la sequenza dell’evoluzione dell’uomo: dagli oggetti più antichi di tipo litico fino al ritrovamento di sostanze coloranti (ocra) e di oggetti ornamentali.




Grotta di Monte Capriolo

Esplorata per la prima volta nel 1957 dal gruppo speleologico G.E.S., aperta poi al pubblico nel 1972 dopo la sua sistemazione. Uno degli aspetti più affascinanti della Grotta di Monte Capriolo, situata nei pressi di Roverè Mille, è la grade varietà di colori e di forme: stalattiti, stalagmiti come rappresentazione del processo evolutivo inverso alla dissoluzione carsica.
Altro aspetto di sicuro interesse e fascino è rappresentato dalla vita sotterranea: insetti e ragni, scorpioni e pipistrelli. Habitat sotterraneo, assenza di luce, assenza di vegetazione, umidità relativa elevata (compresa tra il 95% e il 100%), temperatura media costante attorno ai 10 gradi, permettono la vita ad animali tipicamente acquatici e ad organismi terrestri una vita anfibia, passando da un ambiente aereo ad un ambiente acquatico con estrema indifferenza, esempio: il millepiedi cavernicolo o Serradium semiaquaticum.




Malga Derocon

Centro di Educazione Ambientale e di Recupero della Fauna Selvatica
Il recinto faunistico
L’area recintata ha un perimetro di 2,8 km e comprende una zona fittamente boschiva che offre habitat ideale a camosci, cervi, caprioli e marmotte. La presenza di percorsi a piedi e altane interne al recinto permette ai gruppi, accompagnati dalla guida del Centro, di avvicinare gli animali senza recare loro disturbo e di osservarli nel loro ambiente naturale.


Il percorso botanico
Nei pressi del Centro visitatori è stato realizzato un piccolo Giardino botanico, costituito da 60 nicchie naturali che raccolgono altrettante specie di alberi, arbusti, erbe e felci, diffusi nei boschi e nei pascoli circostanti. La visita al Girdino è guidata da pannelli descrittivi che illustrano le caratteristiche morfologiche ed ecologiche delle specie, nonché alcune delle loro proprietà farmacologiche.
Le piante presenti sono quelle tipiche della faggeta, del margine del bosco e delle radure pascolive, ossia le piante che il visitatore incontra lungo i sentieri della Lessinia.

Ubicazione
Posta a 6 km dal centro abitato di Erbezzo, ubicato nella zona centrale dei Monti Lessini, l’antica Malga Derocon è oggi un’area floro-faunistica grazie ad un progetto finanziato dalla Comunità Europea (Leader II).



Pesciera di Bolca

La "pesciera" è una cava in galleria, situata nei pressi del comune, da cui si estraggono gli strati rocciosi che contengono i fossili.
Il giacimento viene fatto risalire al periodo fra Eocene inferiore ed Eocene medio in seguito allo studio dei nannofossili calcarei rinvenuti ed è costituito da un pacco di strati calcarei potenti circa 19 metri e di limitata estensione (poche centinaia di metri quadrati).
I fossili, rappresentati principalmente da pesci e piante, si rinvengono all'interno di cinque livelli sovrapposti, costituiti da calcari a grana finissima fittamente stratificati, intercalati a strati calcarei detritici entro cui si trovano unicamente resti di invertebrati (gusci di lamellibranchi e gasteropodi).
L'alternarsi di calcari a grana finissima con calcari detritici grossolani testimonia un alternarsi ciclico di diverse situazioni ambientali.
In condizioni caratterizzate da acque calme simili a quelle interne di una barriera corallina o di un golfo molto riparato, si depositarono i sedimenti a granulometria fine che racchiudono abbondanti resti di pesci e piante, mentre una situazione caratterizzata da un intenso moto ondoso è evidenziata dalla presenza di detriti grossolani, del diametro anche di parecchi decimetri, frammisti a gusci di molluschi.
Lo studio delle associazioni faunistiche e floristiche parallelamente a quello sedimentologico ha permesso di ricostruire l'ambiente di 48 milioni di anni fa.
I pesci di Bolca, pur appartenendo a specie marine attualmente scomparse e rappresentati sia da pesci con scheletro cartilagineo (elasmobranchi) come gli squali, sia da pesci con scheletro ossificato (teleostei) come l'orata, presentano molte affinità con forme tutt'oggi viventi nei mari caldi dell'Oceano Indo-Pacifico e dell'Atlantico. Inoltre, sono state rinvenute forme, anche rare, affini a specie viventi nei mari temperati.
Il monte Purga di Bolca
La sequenza sedimentaria ha uno spessore compreso tra circa 10 e 20 metri.
Questo giacimento si è formato tra circa 49 e 52 milioni di anni fa mentre il basalto di colore nero-bluastro, che affiora in corrispondenza della cima del Monte Purga di Bolca, è ascrivibile all'Oligocene inferiore ed ha, pertanto, un'età di circa 36 milioni di anni.
Il monte Postale
Gli strati fossiliferi del Monte Postale affiorano nei pressi della Pesciara e a pochi chilometri di distanza dal Paese di Bolca.
Gli strati fossiliferi sono ricchi di pesci analoghi a quelli rinvenuti nella Pesciara (crostacei, lamellibranchi, gasteropodi, cefalopodi, echinodermi, coralli, foraminiferi, alghe).




Pietra di Prun

Cave di marmo in galleria, Prun, situato sulle pendici del Monte Fane, nell’alta valle di Negrar, è noto soprattutto per le sue cave di scaglia rosa, una pietra tenera e di facile estrazione, proprio da questa località prende il suo nome: pietra di Prun.
La maggior parte delle cave sono a cielo aperto, ma se ne possono vedere alcune, particolarmente suggestive, scavate in galleria, dove grandi gradini di roccia a dominio della valle appaiono qua e là traforati da sttrani cunicoli e grotte, sorretti da tozzi pilastri, somiglianti a primitive architetture rupestri.




Ponte di Veja

Uno dei principali fenomeni naturalistici dell’intera Europa: migliaia sono i turisti che ogni anno vengono a visitare questo straordinario fenomeno geologico di titanica possenza.
Il Ponte è situato a 620mt s.l.m., nel punto di incontro delle due vallette Crèstena e Fenile, sul lato destro del Vajo della Marchiora o Marciosa.
Il grandioso ponte naturale di Veja si presenta come un architrave di ingresso d’immensa caverna: si tratta, infatti, di un fenomeno carsico formatosi per azione erosiva dell’acqua sulle rocce calcaree che lo costituiscono.
Le rocce che formano il ponte sono di due tipi: i calcari oolitici che costituiscono i piloni, il rosso ammonitico che forma l’arcata.
Le dimensioni del Ponte sono eccezionali: l’altezza varia dai 24 metri del lato occidentale ai 29 metri di quello orientale; mentre lo spessore dell’arcata si differenza dai 9 agli 11 metri.
Dell’immenso cavernose carsico, primigenio che ha originato il Ponte, restano un grande pozzo di crollo ripieno di massi franati ed alcune grotte poste alla base o, sotto il Ponte stesso.
Il nome "Vea" o "Veja" parrebbe derivare da "vecla, vicla" cioè "acqua", oppure da "wegla" cioè "vecchia".
Nei primi decenni del secolo il Messedaglia afferma di avere raccolto nei centri abitati nei pressi del Ponte la dicitura "Ponte di Eva" o "de Egia", che starebbe a significare "ponte dell’acqua, rafforzando quindi la sua derivazione da acqua.
Molti sono gli artisti che lo hanno rappresentato nelle loro opere: basti citare l’affresco del Mantegna del 1474.
Il Ponte di Veja non è solo fenomeno carsico, bensì proprio in questo sito è stato ritrovato uno dei reperti più famosi del mondo, equiparabile alle celeberrime mummie dell’Antico Egitto, si tratta dell’ "Uomo venuto dal Ghiaccio" ovvero l’UOMO DI OTZI.




Spluga della Preta: storia di un mito

La Spluga della Preta è uno dei più famosi abissi del mondo, un vuoto profondissimo all’interno del Corno d’Aquilio, sotto i pascoli dei Monti Lessini Veronesi, nel comune di Sant’Anna d’Alfaedo.
L’esplorazione dell’abisso è cominciata nel 1925, ottant’anni fa. Le spedizioni pionieristiche di quei tempi hanno dato inizio a una avventura della conoscenza che si è protratta con una serie di incredibili imprese fino ad ora.
La Spluga della Preta infatti "è la speleologia", o meglio, è sicuramente la grotta che più di ogni altra in Italia è legata alla storia della speleologia esplorativa, nel bene e nel male, e ne può essere considerata, in un certo senso, il simbolo, il campo ove si sono confrontati sogni, ideali, modi diversissimi di interpretare l’esplorazione degli abissi, tecniche diverse, ma soprattutto un libro in cui sono state scritte alcune delle pagine più esaltanti non solo della speleologia mondiale, ma dell’esplorazione in senso lato. Non si possono dimenticare le grandi spedizioni effettuate negli anni Sessanta dal Gruppo Grotte Falchi di Verona nel tentativo di raggiungere la fine di quell’abisso senza fondo, o la spedizione bolognese e torinese che raggiunse la mitica Sala Nera, oltre gli 800 metri di profondità in 9 giorni di permanenza sottoterra. Interessantissimo è anche l’aspetto biologico: in questo abisso sono stati trovati esemplari di insetti troglobi (cioè che vivono solo in grotta) con adattamenti somatici al buio del mondo sotterraneo. Si tratta di veri e propri "fossili viventi" come l’Italaphenops Dimaioi, il più grande carabide cieco del mondo, scoperto nella Spluga della Preta nel 1963.
La Spluga della Preta inoltre è stata oggetto dal 1988 al 1992 di una impressionante operazione speleologica, l’Operazione Corno d’Aquilio, che rimane a tutt’oggi la più imponente spedizione ecologica in grotta mai realizzata al mondo. Sono state portate all’esterno quasi quattro tonnellate di rifiuti abbandonati nei precedenti decenni di pionierismo speleoleologico.
Nel 2005, ottant’anni dopo la prima esplorazione, gli speleologi continuano a scendere e ad esplorare in questa mitica grotta con un nuovo obbiettivo: realizzare un film che racconti la storia e le avventure che sono legate alla Spluga della Preta. Un’impresa molto difficile, che ha portato una troupe cinematografica a filmare fino ad ottocento metri di profondità, realizzando così le più profonde immagini mai girate in Italia. Quello che il film vuole raccontare è che il mistero di quest’abisso, che fila giù nel cuore della montagna, non è ancora stato svelato. Generazioni di speleologi hanno provato ad inseguire le correnti d’aria che molto probabilmente fluiscono verso la Val d’Adige, ma per il momento solo i pipistrelli conoscono la via per la luce dell’esterno e le argille verdi delle antichissime gallerie del Canyon Verde custodiscono gelosamente questo segreto. Forse attendono qualcuno a cui rivelare finalmente la via per fare della Spluga della Preta ancora una volta "l’Abisso" o forse hanno deciso che la Preta è bella così: fonda, impressionante, dura, con un solo ingresso; sorprendente, perché si apre minacciosa su un dolce prato e trascina con sé il nero della notte; bella, perché nei suoi pozzi si respira l’atmosfera di mille e mille esplorazioni, affascinante perché le sue gallerie fossili parlano una lingua antichissima fatta di pietre e sabbia; magica come una nera spada infissa nella roccia del Corno d’Aquilio.
Francesco Sauro (Coordinatore progetto Spluga della Preta 1925/2005: Ottant’anni di esplorazioni)




Vajo dell'Aguillara e Foresta dei Folignani

Transitando attraverso le contrade "cimbre" di Bosco Chiesanuova ci si immergerà nella foresta dei Folignani (riserva naturale del Parco della Lessinia) per far ritorno a Bosco Chiesanuova lungo il "gran canyon" del Vajo dell'Anguilla, antica valle originata dallo scorrimento delle acque. La stupenda foresta dei Folignani si trova in prossimità delle piste sciistiche fornendo un panaroma mozzafiato durante la pratica degli sport invernali; sfolgorante nei colori autunnali, emergente come un miraggio da un mare tempestoso di nebbie; adatta a gite indimenticabili d'estate; freschi venti e l'esplosione di fiori e verde indimenticabile in primavera. L'Alto Vajo dell'Anguilla, un mosaico ambientale, dove le tracce geologiche si sommano a quelle glaciali, tra i siti in quota più rari nelle Alpi.




Valle delle Sfingi

La Valle delle Sfingi, che si estende a nord dell’abitato di Camposilvano, nei pressi delle contrade Brutto e buse di Sotto, è nota per le particolari formazioni litologiche che caratterizzano l’area. Si tratta di una serie di monoliti formatisi grazie alla diversa erosione di due tipi di calcare che compongono queste strutture; la base, costituita da calcare Oolitico di colore bianco-giallastro, risulta solitamente più assotigliata rispetto alla parte sommatale, composta invece di Rosso Ammonitici. Tali formazioni assumono così le sembianze di "funghi rocciosi" che rammentano le sfingi egiziane, o viste nel loro insieme compongono una immaginaria Città di roccia.

P.zza Borgo, 52 - 37021 Bosco Chiesanuova (VR)
Cod.Fisc. 00574320230
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